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C'è vento sulla cima di monte Torre Maggiore.
Non sempre, ma ogni tanto c'è vento. Ci sono anche i resti
di un tempio di duemilacinquecento anni fa: pietre squadrate
che disegnano le geometrie sacre degli antichi umbri e poi
dei romani, conquistatori pure qui. In piedi, sulla soglia
d'ingresso del recinto, con un solo sguardo s'abbraccia
tutta la catena dei Martani. Trenta chilometri, fino a Monte
Martano, a Nord, con la sua corona di ferro fatta di ripetitori
e antenne. In mezzo i crinali, le cime, le gobbe ricoperte
di verde, di lecci e di prati. Morbide e sinuose. Familiari.
Si gioca a riconoscerle, a nominarle a ricordare passaggi
e sentieri, chiese e abbazie nascoste a chi non indossa
gli scarponi da montagna, o a chi non ha da badare a vacche
e pecore. Facile lasciarsi andare all'immaginazione. Difficile,
ormai, mettere da parte gli incubi. Come quello di vedere
l'intera dorsale dei Martani infilzata da decine di pali
d'acciaio alti 50 metri, con enormi eliche. E sì che queste
montagne hanno resistito a tanti attacchi: il cementificio
di Acquasparta, l'elettrodotto di Cesi. Ora però il pericolo
è più subdolo.
Il progetto di un parco eolico. Un'idea che a nominarla
non può che piacere a tutti. Energia da fonte rinnovabile,
il vento, inesauribile e non inquinante. Roba da ecologisti,
addirittura. Perché per una società come la nostra c'è qualcosa
di più importante che produrre energia senza inquinare?
Forse sì! C'è la difesa del nostro paesaggio.
E della sua essenza selvatica.
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E della cultura che ci lega a questi panorami. Ma non
è una cosa facile da spiegare e non è nemmeno un concetto
molto popolare. Gary Snyder, profeta dell'ecologia profonda,
troverebbe forse le parole giuste. Lui dice che la natura
non si può sfruttare impunemente, ma non è neanche un semplice
posto da visitare, tantomeno un museo. E' casa nostra.
I grandi mulini a vento dei parchi eolici non producono
fumi, non ci fanno venire malattie. Ma cambiano l'aspetto
di casa nostra. E quindi cambiano anche qualcosa dentro
la nostra testa. Rompono un equilibrio che è già sul filo
di un rasoio. Il fatto è che l'energia che si può produrre
sulle cime di quelle montagne non è solo quella eolica da
trasformare in kilowattore. C'è un'altra energia che non
si misura e non si vende. Un'energia che i grandi piloni
dei moderni mulini distruggerebbero per sempre. Quella che
la bellezza e l'armonia di un paesaggio trasmettono agli
uomini che ci vivono dentro a quel paesaggio o che semplicemente
vi transitano. I Martani di questa energia ne hanno davvero
tanta. Siamo così sicuri di poterne fare a meno? E rinunciare
ad un paesaggio che da secoli ha attirato come un magnete
artisti, santi, viaggiatori.
Prima di montare i pilastri è forse bene discutere come
utilizzare al meglio tutta l'energia dei Martani, non solo
quella eolica. Magari attraverso un diverso approccio ai
modelli di sviluppo di un'area come questa.
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