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La strage degli Umbri
Guerriglia contro i Romani
"Durante il consolato di Lucio Genucio e di Servio Cornelio
(...) a far sì che l'anno non trascorresse del tutto senza
episodi militari, ci fu una modesta spedizione in Umbria;
era infatti giunta notizia di una banda armata che, partendo
da una caverna, compiva scorrerie per le campagne. Truppe
romane raggiunsero la caverna, ma per l'oscurità sulle prime
subirono molte ferite, fino a quando non scoprirono un altro
accesso percorribile in entrambe le direzioni, e appiccarono
il fuoco a cataste di legna alle due imboccature. E così
i 2.000 uomini circa che si trovavano all'interno della
grotta, costretti a gettarsi attraverso le fiamme, alla
fine morirono soffocati dal fumo e dal calore nel tentativo
di uscire".
Fin qui la cronaca di Tito Livio, riportata
nel Libro X delle sue Historiae dalla fondazione di Roma.
In molti hanno identificato la grotta di cui parla lo storico
romano con quelle della montagna di Cesi. Certo Livio amava
esagerare un po', soprattutto per la maggior gloria di Roma.
E allora chissà se i predoni umbri bruciati vivi
nelle viscere della montagna furono realmente duemila? Magari
un po' di meno... Fatto sta che all'inizio del terzo secolo
avanti Cristo, Roma completò la conquista dell'Umbria e,
a quanto pare, i Martani rappresentarono l'ultimo baluardo
della resistenza delle popolazioni umbre, impegnate più
che altro in una specie di guerra di guerriglia nei confronti
dei Romani, maggiormente organizzati.
Il mito dei duemila armati umbri sepolti vivi ha stimolato,
negli anni, la fantasia di molti. Degli speleologi, in primo
luogo, che hanno perlustrato in lungo e in largo le profondità
della montagna di Cesi alla ricerca di qualche indizio sulla
veridicità della storia raccontata da Livio. Finora però
i risultati sono stati deludenti, anche se le gallerie nel
sottosuolo sono davvero tante, molte delle quali crollate,
o inaccessibili con i mezzi a disposizione. E dunque, la
ricerca continua.
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